L’essenza del libero mercato

L’economia è sempre stata più grande dell’economia. E continua a esserlo. Dietro soldi, lavoro, consumo, risparmi, imprese non ci sono solo bisogni e gusti dei consumatori; ci sono sogni, desideri, promesse, passioni, spirito, che partono dai segni dell’economia per indicare altro, un oltre, qualche volta persino il paradiso, altre volte l’inferno. Perché la vita economica è un universo di parole, di simboli, di segnali, un codice per decifrare la grammatica dell’anima degli individui e delle società.

Il solo spirito delle merci è però troppo piccolo per riempire la nostra anima assetata di fiato, per farci alzare ogni mattina e uscire di casa con un minimo di gioia di vivere, per spendere la parte migliore della vita in un posto di lavoro e per dare un senso vero al nostro posto al mondo. L’Europa ha inventato lo spirito del capitalismo perché era animata e ispirata da un soffio spirituale molto più grande, vasto e potente dello spirito delle merci.

Il mercato è una faccenda di reciprocità, una forma della libertà dei moderni, un mezzo di incivilimento di tutti, inclusi i più poveri. Anche se la storia di questi ultimi secoli ci ha insegnato che il mercato non sempre realizza questa sua vocazione, prende le forme del potere della società nella quale attecchisce, ne assume i vizi e le virtù, resta comunque importante non dimenticare la fisiologia dei mercati, la loro salute, anche e soprattutto di fronte alle loro malattie.

Che il mercato fosse una forma di reciprocità e di benevolenza civile era anche la convinzione dei mercanti italiani tra Medioevo e Rinascimento. Infatti, attorno al XIII secolo in alcune città, molte delle quali italiane, la ricchezza degli altri iniziò a diventare qualcosa di diverso, e lo divenne grazie ai mercanti e ai frati, insieme. In un mondo dove la ricchezza dei ricchi passava ai poveri o per furto o per beneficienza, nasce una terza forma di mobilità dei beni: il mercato.

Il commercio divenne il primo meccanismo per poter operare la trasformazione dell’invidia in benevolenza. Da faccenda limitata, marginale ed eticamente sospetta, lo scambio mercantile divenne arte civile amica della civiltà. E nacque il mercato, grazie al lavoro incessante di mercanti civili.

Senza l’improbabile e imprevista alleanza tra l’altissima povertà dei francescani e la ricchezza dei mercanti non avremmo avuto i miracoli economici, sociali, religiosi e artistici dell’ultimo Medioevo, dell’Umanesimo e del Rinascimento, e oggi l’Italia e l’Europa sarebbero molto più povere e incivili.