Ineguaglianza ai nostri tempi

E’ all’origine di una serie di problemi enormi, tra cui la crisi della democrazia, la stagnazione economica e l’instabilità globale.

Infatti, la diseguaglianza economica è intrecciata con altre dimensioni di diseguaglianza in aree quali la salute, l’istruzione, il livello occupazionale, l’esposizione a rischi climatici, il peso politico, l’accessibilità alla protezione della legge. In tutti i casi, il crescere di diseguaglianza in un’area stimola la crescita della stessa in altre. In molti Paesi l’ineguaglianza di opportunità si traduce in ineguaglianza di risultati: il destino dei giovani è fortemente legato alla posizione sociale dei genitori. E gli Stati Uniti d’America degli ultimi decenni sono stati tutto tranne che la ‘land of opportunities’ che credono e affermano di essere.

L’ineguaglianza estrema non è solo un male in sé, ma comporta una pletora di pessime conseguenze. È un freno alla crescita, perché intere fette di popolazione relegate intorno alla soglia di povertà non possono contribuire a creare ricchezza. Il loro unico business è la sopravvivenza. Altre parti di popolazione sono disincentivate a intraprendere, visto che solo ai ricchi sono riservate vere opportunità. Quindi, ineguaglianza “contenuta” significa maggiore crescita.

Last ma certamente not least, alti livelli di diseguaglianza economica tendono a tradursi in diseguaglianza politica, corrodendo la democrazia, poiché chi è molto ricco influenza il processo democratico molto più di un cittadino della classe media o di un cittadino povero. E l’avvento dei social media ovviamente esacerba il fenomeno, poiché chi li controlla possiede uno strumento potentissimo per indirizzare l’opinione pubblica.

L’ineguaglianza, dice il report, fa anche male all’ambiente, poiché i più ricchi hanno uno stile di vita poco sostenibile ed eco-consapevole. Qui, però, una nota critica è necessaria. Se, riducendo l’ineguaglianza, i miliardi di persone oggi povere dovessero cominciare a consumare al livello della classe media del primo mondo, le emissioni salirebbero esponenzialmente. E mai questo aumento sarebbe compensato dall’eliminazione degli stili di vita poco green dei super ricchi. Come sanno anche i più fervidi difensori della transizione ecologica, la riduzione della povertà comporta un inevitabile costo ecologico in termini di maggiori consumi elettrici. Vero è, però, che con una politica democratica meno ostaggio dei super ricchi, una soluzione incentrata su negoziazione e innovazione scientifica, spinta da investimenti pubblici, sarebbe forse possibile, rendendo la transizione ecologica meno utopica. In sintesi, o si torna a livelli ragionevoli di ineguaglianza (più o meno come quella dei primi due decenni del secondo dopoguerra in Europa) o il mondo di domani sarà più povero, meno democratico, più ingiusto e probabilmente meno abitabile.